Eravamo dei grandissimi di Clemens Meyer, Keller

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L’ultima volta che lo vidi prima che partisse, Rico mi salutò dalla finestra con la mano. Sembrava piccolissimo. Avevo suonato il campanello giù al portone ma sua madre non mi aveva aperto. Così feci qualche passo indietro sulla strada e guardai in alto verso di lui, portando la mano alla testa come nel saluto dei pionieri. «Sempre pronti» sussurrai. Lassù alla finestra vidi Rico ridere. Solo un attimo, poi si girò e comparve sua madre che tirò le tende. Dietro di me una macchina suonò il clacson. Tornai sul marciapiede e mi avviai verso casa. Discesi la strada fino al parco, mi fermai di nuovo e mi voltai. Riuscivo ancora a vedere la finestra con le tende chiuse al terzo piano. Rico aveva riso quando gli avevo fatto il saluto dei pionieri giù in strada. Aveva riso anche se sarebbe dovuto andare via il mattino dopo all’alba. «Partenza alle sei e mezza» mi aveva detto il giorno prima, «in treno. Forte eh?», e anche allora aveva cercato di ridere.

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